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Matteo GuarnacciaGuernica blues

Un libro di storia dell’arte inusuale, scritto con ironia e irriverenza, da una delle penne più felici della nuova critica.
Per Guarnaccia un saggio di storia dell’arte non è una cerimonia solenne, una fiera di buone maniere e cravatte in tinta, un “pranzo di gala” – come direbbe il Grande Timoniere – ma una festa incasinata, con una dancefloor troppo affollata, i soliti imbucati, le bevande a go-go, gli appetizer sospetti sui vassoi, la musica troppo alta, le risse, i furti – e il solito vicino che, prima o poi, chiamerà la polizia.
La lista degli invitati, arbitraria come si deve, comprende un’ampia declinazione di personaggi che possono rientrare nell’ambigua categoria degli “artisti”.
Nomi più o meno raccomandabili, messi insieme per la curiosità di vedere come sgomitano e flirtano tra loro. Una compagnia di lunatici, eroi, mascalzoni, furbi, santi e buffoni che, proponendosi di decodificare il mistero della quotidianità, ha offerto al mondo una stravagante molteplicità di visioni.
Una banda ibrida e asimmetrica che ha reso la nostra vita più interessante, le nostre percezioni più acute, la nostra diffidenza verso la realtà condivisa più incorreggibile.
Fumetti e grafica sotterranea (ma non solo).
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