Il programma narrativo del libro è già nel titolo, ironico, diretto, appassionato, tenace.
E il racconto, pur così immerso e vivido nel suo tempo, ci giunge dai boschi dell’Umbria,
dall’Etain Addey che conosciamo, contadina e anziana, ben conosciuta negli ambienti del “ritorno alla terra”, quel movimento silenzioso ma costante di cui è stata pioniera e guida per decenni, il mondo che ha scelto e raccontato nelle sue opere precedenti, bellissime.
Quei suoi primi libri hanno commosso più di una generazione, non solo di italiani, e dato ali al desiderio di tanti, accompagnandoli nella scelta non sempre facile di abbandonare la città e il mondo “civile” per recuperare un rapporto ancestrale e autentico con la terra e i suoi popoli, animali e vegetali, con le stagioni e gli elementi, la pietra, l’acqua e l’aria, la spiritualità del luogo.
Molta paganità, senz’altro, attualizzata in ecologia, curiosità per i costumi antichi e amore per gli animali (cercando in rete sotto il suo nome si trova molto).
Ma è soltanto ora, ovvero dopo averci fatto conoscere il suo incontro e matrimonio con il mondo contadino italiano più “arretrato” (si usava dire così, con evidente disprezzo, riferendosi a chi ancora non usava le macchine per allevare, coltivare e raccogliere i frutti della terra); dopo aver lavorato, faticato, generato e raccolto per quarant’anni, solo ora Etain può raccontare il prima, farsi capire e forse anche capirsi.